Viterbo a settembre viene invasa da un’aria riconoscibile, fatta di preparativi, trepidazione e tanta attesa. È il mese di Santa Rosa, la ragazza del Duecento che con la sua fede ha unito una città intera, e che ogni anno, tra il 3 e il 4 settembre, fa battere all’unisono il cuore dei viterbesi.

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Chi era Rosa e perché Viterbo la venera
Rosa nasce a Viterbo intorno al 1233, in anni turbolenti segnati dallo scontro tra papato e impero. Terziaria francescana, vive poco—muore intorno al 1251—ma lascia una scia di fede semplice e tenace: predica per le strade, si schiera con il papato, compie gesti caritatevoli che la memoria cittadina trasmette come miracoli. La città la elegge a propria patrona; la sua festa ricorre il 4 settembre, giorno della traslazione del suo corpo, avvenuta nel 1258 per volontà di papa Alessandro IV, dalla chiesa di Santa Maria in Poggio al monastero di San Damiano, oggi Santuario di Santa Rosa. È quella traslazione che sta all’origine del grande rito che ancora oggi commuove Viterbo.

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La tradizione che corre per le vie: com’è nata la Macchina di Santa Rosa
Da otto secoli la città rievoca quella traslazione con un gesto potente: sollevare a spalla una torre luminosa alta circa trenta metri e portarla, tra piazze e vicoli medievali, lungo un percorso di oltre un chilometro. La “Macchina di Santa Rosa” è un campanile che cammina, una scultura effimera che ogni generazione reinterpreta con materiali e linguaggi del proprio tempo. Oggi è realizzata in metalli leggeri e vetroresina, pesa più di cinquanta quintali e termina con la statua della santa; a trasportarla sono un centinaio di uomini, i Facchini di Santa Rosa, guidati dal capofacchino al ritmo dei comandi tradizionali – “Semo tutti d’un sentimento” – che la città conosce a memoria. Nel 2013 questo rito è entrato nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO come parte della Rete delle Grandi Macchine a Spalla italiane (con i Gigli di Nola, i Candelieri di Sassari e la Varia di Palmi).

Curiosità, soste, aneddoti: cosa rende unico il trasporto
La sera del 3 settembre la Macchina “muove” da piazza San Sisto (Porta Romana): il silenzio prima della “mossa” si taglia con il fiato, poi l’alzata e il primo passo: “Per Santa Rosa, avanti!”. Il percorso attraversa il centro storico tra fermate rituali e “girate”, gli spettatori si assiepano alle finestre, nelle piazze e lungo i marciapiedi. Non mancano gli aneddoti: celebre il “Volo d’Angeli”, la macchina rivoluzionaria del 1967 che, altissima e avveniristica, fu costretta a fermarsi in via Cavour per il troppo peso; memorabili anche le presenze papali (da Pio VII a Giovanni Paolo II), che hanno legato il loro sguardo al passaggio del “campanile che cammina”. Sono dettagli che spiegano perché il trasporto non sia soltanto spettacolo ma memoria viva, condivisa e in continua trasformazione.
Sotto la Macchina: i Facchini e i loro ruoli
La formazione dei Facchini è un “cursus honorum” esigente. I più giovani iniziano alle leve e alle corde, sognando il posto “al ciuffo”, il ruolo più prestigioso al centro della base, sotto la Macchina. Il criterio di assegnazione considera esperienza, altezza, resistenza; l’allenamento è continuo. Non è una prova di forza individuale, ma una coreografia di fiducia: chi guida vede per tutti, chi sta sotto si fida e tiene il passo. La liturgia dei comandi e la disciplina ferrea sono parte del fascino del trasporto.
Piccola guida per chi visiterà Viterbo
Se è la tua prima volta, sappi che la sera del 3 settembre il centro storico è un abbraccio di luce ma anche di tante, tantissime persone: muoviti con anticipo, scegli un punto del percorso e… resta fedele a quel posto. Non inseguire la Macchina: sono i suoi passaggi a “venire da te”. Nei giorni precedenti, approfitta per passeggiare lungo il tracciato e prendere confidenza con il percorso. Il 1° settembre, se sei con i bambini, la Mini Macchina del centro storico è l’occasione giusta per emozionarsi senza troppa ressa. E il 4 settembre, entra nel Santuario di S. Rosa: capirai quanto tutto questo nasca da una ragazzina che ha avuto il coraggio e la forza della mitezza.

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S. Rosa è appartenenza: una città intera si ritrova nell’istante in cui la Macchina si solleva e avanza. È memoria, perché i nonni riconoscono i comandi che ascoltavano da ragazzi. È sguardo al futuro, perché ogni anno nuovi giovani chiedono di entrare nella formazione e portare, letteralmente sulle spalle, il peso e la gioia di una tradizione. È anche apertura: i visitatori—tantissimi—non sono spettatori estranei, ma ospiti chiamati a condividere rispetto e meraviglia. Forse è questo che rende la festa “super amata”: la capacità di far sentire ciascuno parte di un qualcosa di più grande.
La Macchina di Santa Rosa “Dies Natalis“, è stata ideata dall’architetto Raffaele Ascenzi.
