Settembre è il mese dei nuovi inizi. Si torna alla routine, si riorganizzano le giornate e spesso si decide di rimettersi in forma; e così lo smartphone si riempie rapidamente di nuove applicazioni: quella che conta i passi, quella che registra le ore di sonno, quella che calcola le calorie, quella che ricorda di bere e magari anche quella che misura gli allenamenti. L’intenzione è positiva: prendersi più cura di sé. Il rischio è però trasformare il benessere in una successione infinita di numeri da controllare. Quando il monitoraggio diventa continuo può accadere qualcosa di paradossale: uno strumento nato per farci stare meglio finisce per aggiungere un’altra fonte di pressione alle nostre giornate.
Il Rapporto tra app per il benessere, monitoraggio continuo, stress e impronta ambientale del digitale
Se il benessere diventa una gara…
Le tecnologie di self-tracking, cioè quelle che permettono di raccogliere dati sulle nostre abitudini e sul nostro corpo, sono ormai diffusissime. Sicuramente il monitoraggio può avere diversi utilizzi positivi ma c’è anche il “lato oscuro”, e le sue possibili conseguenze psicologiche, da tenere in considerazione. Il problema non è infatti l’app in sé, ma il rapporto che instauriamo con il dato. Un contapassi può incoraggiare a muoversi di più, ma se una giornata con 7.500 passi viene percepita come un fallimento perché l’obiettivo era 10.000, il significato cambia. L’app per il sonno può aiutare a individuare abitudini poco favorevoli al riposo, ma controllare ogni mattina il punteggio assegnato alla notte può trasformare il sonno stesso in una prestazione da ottenere. È qui che si parla, nel gergo giornalistico, di “ortoressia tecnologica”: la ricerca quasi ossessiva del comportamento perfetto attraverso numeri, grafici e notifiche.
E SE IL BENESSERE
DIVENTASSE UN’ALTRA FONTE DI STRESS?
La tecnologia può aiutarci a stare meglio.
Ma non dovrebbe diventare il giudice delle nostre giornate.

Il paradosso dello stress da benessere
Il nostro organismo è molto più complesso di qualsiasi schermata. La fame non si esprime necessariamente attraverso un numero di calorie, la stanchezza non sempre coincide con una certa quantità di ore dormite, e una giornata sedentaria non significa automaticamente che il nostro corpo abbia “fallito”. Se cominciamo la giornata controllando immediatamente il punteggio del sonno, poi i passi, registriamo la colazione e monitoriamo l’attività fisica, rischiamo di trasformare la cura di noi stessi in una lista di prestazioni. Questo può innescare una relazione troppo rigida con l’alimentazione e con l’esercizio fisico. Studi recenti stanno purtroppo riscontrando sempre più associazioni tra l’uso di app per dieta/fitness e sintomi legati a comportamenti alimentari disordinati.

Anche il benessere digitale ha un’impronta ambientale
C’è poi una domanda che raramente ci poniamo: dove finiscono tutti questi dati? Quando registriamo una camminata, un allenamento o una notte di sonno, le informazioni possono essere elaborate e sincronizzate attraverso infrastrutture digitali. Dietro l’interfaccia apparentemente immateriale di uno smartphone esistono server, reti, sistemi di archiviazione e data center che consumano elettricità e richiedono infrastrutture fisiche. Non sarebbe corretto attribuire a una singola app un’impronta ambientale precisa senza conoscere quantità di dati elaborati e le modalità di funzionamento ma il fenomeno generale è tutt’altro che virtuale. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità nel 2024, pari a circa l’1,5% del consumo elettrico mondiale. La domanda è destinata a crescere rapidamente anche per effetto dell’intelligenza artificiale e dei servizi digitali sempre più intensivi. Questo non significa che cancellare l’app del contapassi salverà automaticamente il pianeta, ma piuttosto ricordare che anche il digitale ha una dimensione fisica.

In conclusione a soluzione non è certo demonizzare la tecnologia, in molti casi può essere uno strumento utile: può aiutarci a mantenere una routine o fornire informazioni interessanti sulle nostre abitudini. La domanda da porsi però è un’altra: l’app mi aiuta ad ascoltare il mio corpo o mi porta a ignorarlo in favore del suo punteggio? Se abbiamo fame o siamo stanchi possiamo imparare a riconoscere i segnali del nostro corpo e capire di cosa abbiamo bisogno. La tecnologia può accompagnarci, ma non dovrebbe diventare il giudice delle nostre giornate perché anche questo significa prendersi cura di sé.
foto e video da https://www.magnific.com/it/app
