Lo strato di ozono è una di quelle parti dell’atmosfera a cui pensiamo raramente, anche se svolge una funzione essenziale per la vita sulla Terra. La sua capacità di assorbire gran parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole protegge persone, animali, piante e interi ecosistemi. Per questo, quando negli anni Ottanta si scoprì che alcune sostanze utilizzate dall’uomo stavano provocandone un forte assottigliamento, il problema assunse rapidamente una dimensione internazionale. Il 16 settembre si celebra la Giornata mondiale per la preservazione dello strato di ozono, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1994 per ricordare la firma, avvenuta nel 1987, del Protocollo di Montréal sulle sostanze che danneggiano l’ozono. L’edizione 2026 ha come tema “Global action for a cooler planet” e ricorda i dieci anni dell’Emendamento di Kigali.
A cosa serve lo strato di ozono
L’ozono è una molecola composta da tre atomi di ossigeno, O₃. Si trova in diverse zone dell’atmosfera, ma è soprattutto nella stratosfera, tra circa 15 e 35 chilometri di altitudine, che svolge il suo ruolo più importante. Qui assorbe una parte significativa delle radiazioni ultraviolette del Sole, in particolare gli UV-B. Un’eccessiva esposizione a queste radiazioni può danneggiare il DNA e aumentare il rischio di tumori della pelle, oltre a provocare effetti sull’apparato visivo e sugli ecosistemi. È quindi utile distinguere lo strato di ozono dall’ozono presente vicino al suolo: quest’ultimo è un inquinante atmosferico che può avere effetti negativi sulla salute, mentre l’ozono stratosferico rappresenta una protezione naturale dalle radiazioni ultraviolette.
Quando è comparso il problema
A partire dagli anni Settanta, la comunità scientifica iniziò a mettere in relazione alcune sostanze chimiche prodotte dall’uomo con la distruzione dell’ozono. Tra queste c’erano soprattutto i clorofluorocarburi, o CFC, utilizzati per anni nei sistemi di refrigerazione, negli aerosol e in altre applicazioni industriali. Il problema era legato alla loro particolare stabilità; una volta raggiunta la stratosfera, la radiazione ultravioletta poteva infatti rompere queste molecole e liberare cloro e bromo, elementi capaci di partecipare a reazioni chimiche in grado di distruggere l’ozono. La situazione risultò particolarmente evidente sopra l’Antartide, dove ogni anno si verificava una forte diminuzione della concentrazione di ozono durante la primavera australe. Da qui è entrata nel linguaggio comune l’espressione “buco dell’ozono”: non si tratta di un vero foro nell’atmosfera, ma di una grande area nella quale la quantità di ozono diventa molto più bassa del normale.
Il Protocollo di Montréal
Di fronte alle nuove evidenze scientifiche, la risposta arrivò attraverso una serie di accordi internazionali. Nel 1985 venne adottata la Convenzione di Vienna per la protezione dello strato di ozono; nel 1987 fu firmato il Protocollo di Montréal, che stabilì progressivamente limiti alla produzione e al consumo delle principali sostanze responsabili della distruzione dell’ozono. Il protocollo è stato successivamente modificato e rafforzato più volte, seguendo l’evoluzione delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie disponibili. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e la WMO, le misure adottate hanno portato all’eliminazione di quasi il 99% delle sostanze controllate che danneggiano lo strato di ozono. Le concentrazioni di queste sostanze nell’atmosfera sono diminuite e sono stati osservati segnali di recupero, soprattutto nella stratosfera superiore. Questo non significa però che lo strato di ozono sia già tornato ai livelli precedenti alla sua alterazione.

Un recupero che richiederà decenni
Le sostanze che hanno provocato il problema sono infatti molto persistenti. Alcune possono rimanere nell’atmosfera per decenni, per cui anche dopo la loro eliminazione il sistema impiega molto tempo a tornare alle condizioni precedenti. Le proiezioni dell’ultima valutazione scientifica globale indicano che, mantenendo le attuali politiche di protezione, la quantità di ozono dovrebbe tornare ai livelli del 1980 intorno al 2040 nella fascia compresa tra 60°N e 60°S, al 2045 nell’Artico e al 2066 sopra l’Antartide. Sono naturalmente proiezioni e non scadenze certe. Inoltre, il comportamento dello strato di ozono presenta variazioni da un anno all’altro legate anche alle condizioni atmosferiche. Per questo il monitoraggio continua a essere fondamentale.

Ozono e cambiamento climatico
È proprio qui che la questione diventa più interessante. La protezione dello strato di ozono ha prodotto anche importanti effetti sul clima, perché molti dei gas responsabili della sua distruzione erano allo stesso tempo potenti gas serra. Nel 2016 è stato quindi adottato l’Emendamento di Kigali, che prevede una riduzione progressiva degli idrofluorocarburi (HFC), sostanze che non distruggono direttamente l’ozono ma che hanno un forte effetto sul riscaldamento globale. Secondo la WMO, la piena applicazione dell’accordo potrebbe evitare fino a circa 0,5 °C di riscaldamento globale entro la fine del secolo.Questo collegamento, però, non significa che il problema climatico sia stato risolto insieme a quello dell’ozono.I dati più recenti della WMO mostrano infatti un quadro climatico ancora molto critico: il periodo 2015-2025 comprende gli undici anni più caldi mai registrati, mentre il 2025 è stato il secondo o terzo anno più caldo della serie storica, a seconda del dataset considerato. Nello stesso anno il contenuto di calore degli oceani ha raggiunto un nuovo record.


